World Press Photo, il successo di una mostra che illumina i territori del mondo

13 Nov 2018 | Report e Analisi

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Prorogata fino al 18 novembre la tappa di Torino della mostra internazionale di fotografia giornalistica

È stata prorogata fino al 18 novembre la tappa torinese dell’esposizione internazionale di fotografia giornalistica “World Press Photo”: una mostra di grande rilievo, che sceglie Torino – e gli affascinanti spazi dell’ex Borsa Valori – come tappa del suo tour ormai da diversi anni.

La rassegna itinerante del “World Press Photo” è il risultato di un concorso acclamato da alcuni dei più celebri fotografi di guerra internazionali, ma non solo. Sono, infatti, otto le categorie premiate con ben 135 scatti vincitori, che spaziano dai temi sociologici sino allo sport.

South Ethiopia. 2012. Near Turni. Hamer ethnicity. Some Hamer man take their cattle to pasture in the dry river bed during the dry season. Hamer mainly live out of sheep-farming and their territory is next to the territory of the Karo. At the moment the borders are being re-done due to the lands being taken by the Government in order to follow their project of building sugar cane industries. It is known that the land was sold at a price between 0.50 and 1.00 US dollar per hectare, with leases valid from 50 to 100 years. Recently, Survival International has reported serious human rights violations in Ethiopia due to the land grabbing phenomenon.

(Foto di Fausto Podavini)

Ogni anno però il comitato di giuria del WPP elegge un singolo scatto che dovrebbe contenere il riassunto più lirico dell’attualità, nella categoria “Photo of The Year”. Compito assai arduo, che spesso divide il pubblico e le giurie su quanto davvero la fotografia debba rappresentare, o meglio, su ciò che debba saper comunicare. Spesso, infatti, si sente parlare di responsabilità pedagogica della fotografia, in merito alla gravità di un mondo “lontano” ma abbastanza vicino da poter essere guardato in uno scatto.

Sorgono alla memoria le immagini vincitrici del concorso di due edizioni consecutive, alcuni anni fa, in cui anche alla giuria era apparso più valente il messaggio contenuto nei gesti “connessi” alla tragedia, piuttosto che la mera riproposizione della stessa. Era il 2006 e la Beirut in ricostruzione era catturata da Spencer Platt attraverso uno scatto terribilmente “social”, terribilmente capace di rappresentare la velocità con cui troppo spesso sono cancellate e trasformate le tragedie.

(foto di Francesco Pistilli)

Ancora l’anno successivo, 2007; l’occhio di un soldato, lontano dal sangue, immortalato con un’esposizione lunga in pellicola, che lo fa apparire “mosso e poco definito”, ma ancora nitida nella rappresentazione dell’insensatezza di quegli atti violenti commessi dai militari americani in Afghanistan. Era lo scatto del fotografo Tim Hetherrington, scomparso sul fronte qualche anno dopo mentre lavorava a un progetto con un tema analogo, “Sleeping Soldiers”.

Quest’anno invece, la fotografia cui spetta il gradino più alto del podio è stata catturata da Ronaldo Schemidt, durante le recenti manifestazioni in Venezuela contro il governo presieduto da Nicolas Maduro (foto in alto). Immagine sia tragica sia scenografica, quindi capace di catturare il pubblico forse più ampio quella del giovane manifestante che corre avvolto dalle fiamme dopo l’esplosione di una bomba molotov.

L’esperienza dell’esposizione torinese del World Press Foto ha inoltre dato spazio a una molteplicità d’incontri voluti dall’associazione C.I.ME. e dal suo presidente Vito Camarossa. L’ultimo dei quindici appuntamenti in programma si è svolto sabato 10 novembre, mentre restano attive fino a domenica 18 le videoproiezioni riguardanti gli scatti vincitori delle trascorse sessantatré edizioni.

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